domingo, 18 de agosto de 2013

Sogno n.13 La Piccola Roma anno 2007

 
Non sò da dove arrivarono i soldi; fatto stà che in Banca sul nostro conto, furono depositati 1 milione di Euro.
Dopo vari accertamenti, tutto risultò legale, meno il nome del depo-sitario.
A me e a mia moglie c’era sempre piaciuto aprire un ristorante.
La questione erano sempre i soldi.
Le idee tante, i soldi pochi.
Ora che avevamo i soldi, non ci potevamo tirare indietro.
Dovevamo aprire un ristorante.
Un ristorante sì, ma dove?
Bisognava cercare una zona.
Così cominciammo a girare.
Vicino alla città, troppo caro e troppa concorrenza.
In periferia, poco, ma poca ed economa la futura clientela.
Cerca, che ti cerca; finimmo in Alentejo.
Mentre percorrevamo la strada Nazionale, tra la città di Évora e Beja, vidi un cartello
“ Vendesi Monte “ e il numero telefonico di una Agenzia Immobiliaria..
Il “ Monte “, non è una montagna, ma solo una piccola collina.
Fermai la macchina e guardai il Monte in vendita e subito capii; era lì che avremmo aperto il ristorante.
Contattata l’agenzia immobiliaria e visti i ruderi, combinammo il prezzo.
Quando regolarizzammo l’aquisto, chiedemmo la Licenza per costruire una casa con annesso il ristorante.
Non avevamo fretta di cominciare; ma, un pò d’olio qui, un pò d’olio là, riuscimmo a oliare gli ingranaggi della burograzia e in meno di un anno avemmo il progetto approvato e incaricammo un’Impresa per la costruzione.
I ruderi erano in pietra, così potemmo approfittare le pietre per la nuova costruzione.
La casa era stile romano antico.
Il ristorante, sembrava un tempio, con tanto di colonne che (facem-mo fare).
Era impossibile non vederlo dalla strada.
Con tutto quel verde, non vederlo, era solo per i ciechi.
Prima di cominciare, eravamo assillati di domande dei curiosi che si fermavano per strada e; quando rispondevamo che avremmo aperto un ristorante italiano, avevamo la promessa, che sarebbero tornati.
Era tutto un falso antico.
C’era la luce elettrica ma non si vedeva.
Alle pareti c’erano delle torce; solo che la fiamma era artificiale.
Il pavimento era in cemento ricoperto da mattonelle in cotto rossa-stre.
Le pareti in pietra erano all’interno intonacate in gesso e affrescate con disegni floreali (riprodotti da vecchie stampe di interni romani).
Quelle esterne, erano coperte da pietre vecchie con tanto di muschio.
Visto da fuori, sembrava una costruzione risalente a più di mille anni.
Internamente, specie la cucina era a prova di controllo igienico.
Avevamo assunto due persone per servire e altre due come aiuto in cucina.
Quando fu tutto pronto, mettemmo un’insegna sul frontale “ Come si mangiava a Roma “.
Innaugurammo in estate, tutto all’aperto.
 Data la pubblicità fatta: con i giornali, con la radio e la televisione.
All’innaugurazione, dovemmo contattare altre cento persone sia per cucinare che per servire.
Il personale addetto al servizio, indossavano delle tuniche.
Dato che era Estate, le tuniche erano corte e le ragazze contattate (tutte belle) mostravano le cosce e gli uomini invitati, non facevano, che mangiarle con gli occhi.
Il vino e l’acqua erano servite con le brocche in coccio come pure lo erano i piatti e i bicchieri.
L’innaugurazione ci costò bene; ma poi ci rifacemmo.
Il primo mese, un pranzo o una cena tutto compreso costava 7.50 euro a persona.
Il secondo mese era aumentato a 10.
E a seguire nonostante che il prezzo continuava a salire, avevamo sempre il pieno e la gente che non entrava, faceva la fila di fuori.
Io dicevo: « La gente è matta, anche a 50 euro a testa, continua a prenotare. »
Quando cominciammo ad avere tanti soldi da non sapere come spenderli, feci costruire una muraglia tutta a volta della proprietà.
Nei camminamento che stavano in cima, giravano notte e giorno dei grossi cani, i quali dovevano tenere lontano i maliintenzionati.
Successivamente dato lo spazio, feci costruire un mini Colosseo, un Circo Massimo per le corse dei cavalli o bighe e un anfiteatro per gli spettacoli.
Contrattai un maetro d’armi.
Quando dissi, che avrebbe dovuto addestrare dei gladiatori, cercò di rifiutare; ma udito il compenso, accettò.
Come facemmo per la pubblicità al ristorante, lo facemmo per gli aspiranti gladiatori.
Promettendo lauti compensi senza rischi di perdere la vita, avemmo tanti uomini di tutte le razze.
Il maestro d’armi li selezionava.
Chi non serviva come gladiatore, poteva servire come guardia pretoriana.
Anche quello fu un successo.
Mangiare, esere serviti da belle ragazze in tunichetta o da rudi gladiatori era tutt’uno.
Il pranzo o la cena costava 100 euro e comprendeva lo spettacolo dei combattimenti.
Si poteva scommettere.
All’inizio, ci rifornivamo presso le fabbriche per i vetri, i cocci e i vestiti.
Con i soldi si compra tutto o quasi.
Noi comprammo, tutti i terreni a volta e poco dopo c’erano tante costruzioni (in stile romano antico) che servivano; come alloggio e per laboratori in cui gli artigiani producevano di tutto e tutto sempre con lo stilo romano antico.
Le strade erano lastricate e si potevano percorrere: a piedi, a cavallo o in carrozza o biga.
C’erano delle regole da rispettare: all’interno della muraglia il cui nome demmo come muraglia Aureliana, si poteva circolare solo se vestiti alla moda antica, non erano permessi: orologi, telefonini e occhiali.
All’interno delle abitazioni, potevano fare quello che volevano.
Le macchine e tutti i mezzi di trasporto dovevano restare fuori, sotto la sorveglianza delle guardie.
Da una casa all’inizio, anno dopo anno si erano costruite tante da sembrare una piccola città.
Un giorno mi venne un’idea: perché non dargli un nome.
In fin dei conti, c’era una cittadella che si chiamava Cuba, un paese Pavia, mancava Roma.
E Roma era lì, dove tutto sembrava essere tornato indietro dei tempi, dove tutto era Romano.                                                                                                                          
Le strade con i nomi, i colli, i ponti, le mura e le case; tutte con nomi romani, solo l’insieme non aveva un nome.
Come facemmo all’inizio: un pò d’olio qui, un pò d’olio là, ungemmo gli ingranaggi e dopo meno di un anno anche quel luogo ebbe il suo nome Roma.
Non eravamo autonomi, dipendevamo sia da Évora che da Lisbona ma quando si diceva: « Dove andiamo domenica? Andiamo a Roma. »
Per la lingua fu una faticaccia e ci vollero tanti autentici romanacci per far apprendere ai portoghesi: che a Roma sé parla solo romano.
Così quando arrivavano i pulman delle gite turistiche, ad ogni domanda si sentiva rispondere in italiano-romano e se volava un “vaffan....” non c’era niente da dire, era una parola romana.
Nell’interno della cittadella giravano solo monete romane.
Avevano valore solo nell’interno, non si accettavano gli euro.
Chi voleva spendere, doveva cambiare gli euro con i Sesterzi d’oro, d’argento e di rame.
Tutte avevano un valore.
Da un lato c’era la testa di Cesare Augusto, dall’altra la scritta Roma e il valore.
All’entrare potevano cambiare gli euro con i sesterzi, all’uscita chi voleva ricambiava i sesterzi con gli euro.
Per queste operazioni di cambio c’era la Banca di Roma.
Nonostante ne facevamo coniare tante, ogni anno ne dovevamo far coniare delle altre.
Anche con le monete avevamo un guadagno, costavano meno di quello che valevano.
Come pure con gli abiti a noleggio, la maggior parte della gente che arrivava, voleva vestire alla moda antica: Come senatore, come matrona, come guardia o come gladiatore.
Noleggiava un cavallo, una carrozza, una bica o una lettiga.
Costava meno andare a piedi.
Chi aveva, poteva.
A Roma ci si poteva abitare, solo che le case, ville o villini erano in affitto.
Non vendevamo a nessun prezzo.
Ci era stato consigliato di non farlo, perché chi comprava diventava padrone e poteva cambiare l’usanza.
Un giorno arrivò un pulman carico di italiani e come ero solito fare, andai loro incontro a dare il benvevuto.
Stavo tornando nell’interno quando sentii qualcuno parlare romano.
Era un romano di fuori-porta.
Mi girai e vidi un gruppo di cinque persone.
Un uomo, una donna, due ragazze e un ragazzo.
Una famiglia.
Rimasi ad ascoltare quello che dicevavo.
« Ao! Ma ndó semo capitati, sembra esse tornati ar tempo de ná vorta.»
Dopo aver  comprato, tutti i terreni disabitati che ci stavano intorno, facemmo costruire una seconda muraglia tutta a volta della proprietà.
Mia moglie mi chiese: « Perché: due muraglie? »
« La muraglia esterna è al limite della proprietà, quella interna, protegge la nostra proprietà in particolare.
Tra la muraglia esterna e quella interna, ci si poteva entrare con tutti i mezzi moderni, ma dopo quella interna, solo con mezzi antichi.»
Nei camminamenti che stavano in cima delle muraglie,, giravano notte e giorno dei grossi cani, i quali dovevano tenere lontano i mali-intenzionati.
Alla muraglia esterna demmo il nome di: Muraglia Antonina..
Questa seconda muraglia fu fatta per cercare di impedire il ripetersi di assalti alla nostra banca.
In una sezione tra le due muraglie c’era una centrale elettrica, una antenna parabolica, un bruciatore a gasolio per il riscaldamento e un deposito di gas per cucinare.
Sia nelle strade, che nelle case, c’era l’elettricita, il riscaldamento e il gas; solo che non si vedeva niente, i tubi passavano sottoterra.
Quando avevamo denciato gli assalti subiti, ci fu risposto che: essendoci resi autonomi, ci dovevamo arrangiare da noi.
Ci eravamo resi autonomi legalmente, quando avevamo fatto costruire la muraglia, non lasciando il libero accesso a nessuno.
Le guardie pretoriane oltre ad essere armate di daga e lancia, nascosto sotto il mantello avevano delle mitragliette e con quelle fermarono diversi assaltanti, i quali non potendo superare gli ostacoli che impedivano l’accesso di: moto e auto, arrivavano dall’alto con elicotteri.
Per fermare questi mezzi, avevamo fatto costruire delle catapulte e allenare i serventi e quando arrivava un elicottero, lo si lasciava atterrare e una volta scesi gli assaltanti veniva messo fuori uso con l’arrivo di grosse pietre.
Gli assaltanti una volta presi, venivano processato (non avevano diritto all’avvocato) e condannati ai lavori forzati o...ad essere mangiati dai leoni.
Messi in celle sotterranee a pane ed acqua, per una settimana o un mese, giorno e notte udivano i ruggidi delle belve feroci (era solo una registrazione).
Di giorno i carcerieri passavano d’avanti alle celle scherzando tra loro dicevano: «Chi diamo da mangiare ai leoni; lui o lui » indicando i prigionieri.
Continuavano a camminare, fino ad entrare in una stanza.
Ne uscivano, trascinando dei manichini fatti tanto bene da sembrare veri; dai loro petti o dalla gola gli fuoriusciva del liquido rossastro che dava l’impressione del sangue.
Ripassando d’avanti ai prigionieri, dicevano: « Domani tocca a te! »
Quando venivano graziati e rimessi in libertà; dopo quello che gli avevamo fatto passare, spargevano la voce e non ci disturbarono più.
Questo non valeva per gli invasori.
Gli invasori, arrivavano dall’alto con elicotteri o paracatutati.
Quando venivano presi, venivano riaccompagnati all’uscita dopo il sequestro dei loro beni, avendo invaso una proprietà privata.
Un anno ci accorgemmo che nella piccola città era entrata la droga, sicuramente portata da alcuni (falsi) turisti.
Fu emanato un nuovo regolamento.
I viveri che ricevevamo, venivano scaricati in particolari magazzini e controllati (a pettine fino).
Così pure i turisti, prima di entrare si dovevano spogliare in una stanza e una volta nudi, venivano fatti entrare in un’altra stanza che ricevevano (senza pagare nulla) i vestiti di moda antica, se poi non erano di loro gradimento, li potevano cambiare.
Non potevano portare niente, se non i soldi da cambiare.
Sulle prime ci furono delle lamentazioni, poi si dovettero adeguare.
Dentro la cittadella, nascoste, c’erano delle telecamere e macchine fotografiche
che fimavano tutti e tutti gli avvenimenti.
Una volta usciti dalla muraglia interna, in un apposito ufficio, potevano vedere le riprese e comprare le copie.
Alla regola non c’erano eccezioni; anche i politici (Presidenti o Primi Ministri), si dovevano spogliare.
Poi successe una cosa inspiegabile.
Lo venimmo a sapere tramite la televisione.
Chi voleva entrare dall’alto o dalla terra, era impedito da qualcosa.
Gli elicotteri atterravano in una cosa invisibile e inpenetrabile, così anche quelli che si gettavano dagli aerei.
Dall’interno non si vedeva quello che succedeva fuori.
Si vedeva il sole, la luna e le stelle.
Quando pioveva, pioveva veramente, tanto che; le strade e le persone si bagnavano.
Quando avevano visto che non potevano entrare dall’alto, ci avevano provato da terra.
C’era qualcosa che impediva loro di avvicinarsi alla muraglia esterna; come quelli che con auto-bomba, volevano far saltare le muraglie.
Ci provarono in tutte le maniere, scavando delle gallerie, ma finivano con trovare un ostacolo che non si distrugeva neanche con l’esplosivo.
Quando fummo intervistati da giornalisti, non rivelammo quello che non potevamo rivelare, perché non avevamo niente da rivelare; ma non dicemmo cosa.
La piccola Roma aveva attirato l’interesse di altri paesi, i quali cominciarono ad imitarci, facendo scendere il nostro guadagno.
A noi poco importava, anzi ci faceva piacere.
Avevamo inventato un modo di dare lavoro a tutti.
Poi finì il sogno.



                                     



Sogno n.12 L'Angelo Custode anno 2006

 
Era di notte, stavo in macchina quando vidi una ragazza, tra altre donne di strada, mi accostai al marciapiede e la chiamai.
Lei si accostò alla macchina accompagnata da un’altra donna più grande, la quale mi chiese 100 euro per divertirmi con la ragazzina.
Accettai senza discutere, pagai il dovuto e la ragazza salì in macchina.
L’altra mi disse di non allontanarmi troppo perché era responsabile della ragazza.
Invece, come partii, mi allontanai come non l’avessi sentita.
La ragazza reagì, cercò di aprire lo sportello ma, era bloccato.
Quando dopo tanti giri, mi fermai, chiesi alla ragazza quanti anni aveva e perché faceva quella vita.
Mi disse di averne 18 e che era costretta dal padrasto a prostituirsi e che se non lo faceva erano botte.
Non le credetti per l’età, ne dimostrava molti meno; le chiesi se avesse avuto la possibilità, avrebbe smesso?
Mi rispose: « Magari, se veramente fosse possibile, ma non credo lo sia. »
Domandai se credeva nell’esistenza degli Angeli custodi.
Disse che da piccola, quando era vivo suo padre, ne aveva sentito parlare, dopo la sua morte, aveva smesso di crederci, dopo tutto quello che le era accaduto.
« Se ti dicessi che sono un Angelo, non mi crederesti, ma se ti fidassi di me, te lo potrei dimostrare. »
« E come? » disse.
« Cominciamo con andare alla casa dove abito. »
Non potendo fare altrimenti, o forse fidandosi di me, lasciò che la conducessi dove volevo.
Arrivammo in un palazzetto e dopo essere entrati, l’affidai a una collega dicendo a Simona che, era il nome della ragazza di fare tutto quello che le diceva di fare suor Germana; sarei tornato il mattino seguente.
Sapevo già quello che sarebbe successo: suor Germana le avrebbe fatto fare il bagno, rivestita con la biancheria pulita, fatta cenare e accompagnata nella sua camera da letto.
Simona avrebbe curiosato per la stanza, avrebbe aperto l’armadio e visto tanti vestiti, così anche i cassetti.
Poi sarebbe andata alla porta e non l’avrebbe trovata chiusa e nessuna guardia a sorvegliarla.
Poi sarebbe andata a letto e avrebbe dormito come un angioletto.
Il mattino seguente come promesso tornai nell’appartamento dove avevo lasciato Simona e  facemmo colazione insieme e parlammo del suo futuro.
Simona mi chiese cosa volevo in cambio; se volevo fare l’amore.
Le dissi che noi angeli non pensavamo alle cose terrene, ma a quelle spirituali.
Eravamo stati mandati sulla terra per aiutare tutti quelli che avevano bisogno di
aiuto, in cambio volevamo solo il loro bene.
Sempre diffidente Simona, continuava a non crederci.
Le volli dare una prova.
Le presi la mano e le misi al polso un braccialetto, non era un oggetto prezioso, era di metallo ma aveva una proprietà: la rendeva invisibile a chi lei non voleva essere vista.
Per darle una dimostrazione, andammo un pò in giro, ad un Centro Commerciale e quando le persone la salutavano; era segno che non le volevano male, quando incontravamo qualcuno che aveva avuto rapporto con lei e che a Simona non gradiva, quella persona le passava tanto vicina, ma era come se non la vedesse.
Andammo a pranzo ad un ristorante cinese e come entrammo, fummo salutati in cinese a cui rispondei in ugual modo; cosa che lasciò meravigliata Simona.
Le dissi, che noi angeli conoscevamo tutte le lingue del mondo; in tal modo, potevamo metterci in contatto con le persone bisognose, senza problemi.
Le raccontai di Chiao Lin: era una come lei, forzata a prostituirsi.
Chiao Lin pregava il Signore ogni sera di aiutarla.
Il Signore che, tutto sente e tutto vede, ebbe compassione di Chiao Lin e mandò un angelo sulla terra.
Quell’angelo l’aiutò a uscire dalla Cina con documenti tutti in regola e portata in questo luogo, l’aiutò ad aprire un ristorante, poi le facemmo conoscere un bravo ragazzo con cui si sposò ed ebbe tre figli ed ora vivono contenti e felici.
Quell’angelo ero io e come vedi, siamo rimasti buoni amici, come fratelli.
Simona volle andare a casa sua per salutare la madre.
Aveva paura di incontrare il padrasto ma con la speranza che lui non la vedesse, ci andò.
Standole vicino le facevo coraggio.
La madre era sola e fu contenta di vederla, poi quando Simona le raccontò di me, non la rimproverò di essere fuggita.
Avrebbe fatto anche lei quello che aveva fatto la figlia ma, era troppo attaccata ai beni materiali per rinunciarci.
Comunque le augurò una buona fortuna e di non scordarsi di lei.
Tornammo di sera, nella stessa strada dove ci eravamo incontrati.
Passando accanto alle donne, nessuno la vide e nemmeno quella donna che aveva contrattato la vide.
Mentre mi vide e cercò di convincermi ad accoppiarmi con lei per 40 euro, Simona che era accanto a me, ma era come se non ci fosse.
Tornammo al palazzetto, del quale dissi che serviva provvisoriamente alle persone in attesa di una nuova sistemazione.
Purtroppo il sogno finì quando mia moglie sentendomi agitato, mi svegliò.

E quando mi riaddormentai, il sogno dell’angelo non tornò.





















                                          

 

Sogno n.11 La Dittatura in Italia

 
Eravamo appena giunti all’aereoporto di Roma – Fiumicino, quando ci accorgemmo che, le cose erano cambiate.
Appena sbarcati dall’aereo, ci chiesero di documenti e lo scopo della visita in Italia.
Chi era di transito, fu deviato per un altro percorso.
Chi era in visita, un’altra direzione.
Chi aveva famiglia o andava a trovare amici o parenti; se lui o lei era italiano/a, veniva diviso.
La scusa era: Controllo.
Quale controllo? Non ci fu chiarito.
Anche io e mia moglie Maria, fummo divisi.
Prima di lasciarci, rimanemmo d’accordo, di ritroverci nell’atrio.
Ritirai i bagagli e aspettai l’arrivo di mia moglie.
Come tanti altri: chi marito o moglie.
Il tempo passava ma, non arrivò nessuno.
Eravamo tutti preoccupati; nessuno ci dava spiegazioni.
Quando le cose sembravano deteriorare, ci fu comunicato che: le mogli o i mariti stranieri, venivano espulsi dall’Italia come indesiderati e riimbarcati per i loro rispettivi paesi.
Ma come era possibile?
Che era successo?
Perché?
Nessuna risposta.
A questo punto, tanto valeva, tornare a Lisbona.
Andai al chek-in della Tap.
Gli impiegati della linea aerea non erano portoghesi ma italiani e per quanto riguardava il ritorno, non potevo utilizzare lo stesso biglietto perché aveva la data prefissata e  se volevo prendere l’aereo per Lisbona, dovevo pagare di nuovo.
Domandai, che fine aveva fatto il personale portoghese, mi fu risposto che era stato rimandato in Portogallo come tutti gli stranieri.
Chiesi, come mai, che era successo?
Risposero in modo sgarbato di leggere il giornale perché loro non erano tenuti a dare risposte senza autorizzazione.
Comprai il giornale “ Il Messaggero “ e lessi che: in Italia, c’era sta-to un Colpo di Stato e il nuovo Governo, si era staccato dalla Nato e dal M.E.C e in Italia ci dovevano vivere solo gli italiani.                                          
Per saperne di più, andai a casa di mia sorella e da lei seppi del caos che regnava in Italia.
I detenuti stavano fuori e facevano parte della guardia del Dittatore e gli oppositori, stavano in prigione.
Le famiglie miste le avevano divise e i figli stavano con il padre; se era italiano, in Italia, se era straniero, seguivano il padre nella sua terra.
Alle mogli o ai mariti italiani davano una scelta: se restavano in Italia, il loro matrimonio, non aveva più valore, se volevano seguire il coniuge, lo potevano fare, ma dovevano lasciare tutti i loro beni in Italia.
In Italia sembrava essere tornati al tempo del Fascismo o Nazismo; c’erano le
Brigate Partigiane che lottavano contro la Dittatura e c’erano esecuzioni sommarie, quando venivano presi.
Telefonai in Portogallo a Miguel, raccontandogli quello che era successo.
Quando Maria sarebbe tornata in Portogallo, di farmi telefonare, che sarei ripartito pure io.
Quel giorno passò, senza nessuna notizia di Maria.
Così pure gli altri giorni passarono e di Maria nessuna notizia.
Andai allo studio del mio avvocato e anche lì trovai il caos.
Lo studio era sovraccarico di lavoro.
Con il colpo di Stato, c’erano stati molti arresti e i familiari si rivolgevano agli avvocati (così voleva la nuova Legge) per avere notizie e il rilascio dei loro cari.
Sapendo come è lenta la giustizia, non mi restò altro che aspettare.
Tutte le sere telefonavo a Miguel, senza avere notizie di Maria.
Ero preoccupato.
Anche il mio amico Claudio era preoccupato sulla fine della sua moglie Isabel; in Portogallo non era tornata e lui e i suoi figli stavano in pensiero.
Non ci si poteva neppure rivolgere ai preti delle varie parrocchie perché avevano paura, dopo che avevano saputo quello che era successo al Vaticano.
Essendo il Vaticano indipendente dallo Stato italiano, era stato isolato dalla città con una muraglia tutta intorno e il Papa essendo tedesco, se non voleva tornare in Germania, non gli era concesso di girare liberamente per l’Italia.
Passai più di un mese in ansia e ripartii per il Portogallo solo dopo che Miguel mi telefonò annunciando l’arrivo della madre.
Con la mia partenza, dovetti firmare una carta in cui rinunciavo alla cittadinanza italiana con tutti i diritti che comprendeva, come pure, la mia pensione.
M’importava poco, quello che m’importava era mia moglie non la cittadinanza italiana.
Come arrivai a casa di Miguel, trovai mia moglie in uno stato terribbile,  raccontandomi tra le lacrime, quello che aveva passato quando stava presa.
Mi raccontò di stare con altre donne e che venivano trattate peggio delle bestie; dovevano subire violenze fisiche e i peggiori maltrattamenti.
Sentendola parlare sentii una rabbia tremenda.
Volevo tornare in Italia per unirmi ai Partiggiani e lottare con gli altri contro tutti quelli che appoggiavano la Dittatura.
Maria me lo sconsigliò e disse di dimenticare tutto.
In Portogallo come in tutti gli Stati del mondo, non c’erano più le Ambasciate d’Italia e gli italiani rimasti erano visti con diffidenza. 
Mi sono svegliato con una stretta al cuore, pensando: « Speriamo che il 2007 non ci porti davvero “ la dittatura in Italia “.
Meno male, fu solo un sogno.
















                                                      


Sogno n.10 Il Mago anno 2006


Successe dopo aver assistito ad un strasmissione televisiva: La notte dei maghi; che trovai alcuanto noiosa e i presunti maghi, solo Ciarlatani.
Alle telefonate in arrivo, chiedevano: come si chiamava, quanti anni aveva e cosa voleva.
Tutto quello che un vero mago doveva sapere, senza chiederlo.
Così con quel pensiero, me ne andai al letto e la notte sognai di essere un vero mago.
Stavo vedendo la televisione nella trasmissione: La notte dei maghi e poco dopo presi il telefono e chiamai la sede del canale chiedendo di mettermi in contatto con la presentatrice.
Chi mi rispose al telefono, cercò delle scuse per non mettermi in contatto; al che, lo chiamai per nome: « Claudio, cerca di non fare il furbo con me, se non vuoi che telefoni a tua moglie raccontanto di come passi il tempo fuori casa con una certa Marcella. »
Claudio mi domandò chi ero, al che dissi: « Un mago, e come mago, conosco tutto di tutti. »
Venni messo in contatto con Caterina; la presentatrice del programma in corso.
Caterina mi chiese chi ero, le dissi: « Un mago, non il ciarlatano di colore scuro che si trova al suo fianco. »
Il mago in questione fece l’offeso; al che gli dissi che un vero mago non chiede il nome e l’età a chi telefona, lo dovrebbe conoscere al momento che riceve la telefonata.
Caterina volle da me una prova.
« Sotto il vestito, lei indossa una sottoveste rosa, la marca è Impromptu di taglia 38. »
Caterina rimase imbarazzata, non sapendo che dire, la salvò una telefonata in arrivo.
Come disse pronto, intervenni dicendo: « Si chiama Marianna, ha 63 anni e telefona da Ponte do Rol, il suo telefono è: 261.317.243 dica se è esatto? »
La Signora Marianna disse che era tutto esatto e volle sapere come avevo fatto.
Le risposi che ero un mago e se voleva, le avrei detto il nome di suo marito, l’età, la data del loro matrimonio e il nome e l’età dei suoi tre figli.
Caterina disse che probabilmente conoscevo quella donna e che sicuramente era stato precedentemente combinato tra noi.
Nonostante le proteste della signora Marianna, Caterina non le credette.
Dissi alla signora Marianna di continuare a guardare la televisione, di non essere nervosa e non mangiare le unghie.
Lei confermò il suo stato e che si stava rodendo le unghie.
Chiesi a Caterina di lasciare la sala, telefonare a chi voleva, chiedendo di richiamare in sala.
Mentre la presentatrice s’assentava, alcune persone del pubblico cominciarono a ridere, al che, chiesi al Cameramen di nome Mario Serra il quale si trovava sulla destra del pubblico (che non vedevo e conoscevo), di inquadrarmi gli spettatori e indicando una donna nel pubblico, dissi: « Para lì. Lei con il vestito castagno, la maglia color crema a collo alto e il giaccone nero in tessuto di lana al 60%, calza stivali Active Wear in pelle castagno chiaro taglia 38; quando ride gli si muove la dentiera. »
La donna in questione smise di ridere e si portò la mano destra alla bocca.
Tutti si ammutolirono.
Tornò Caterina e poco dopo squillò il telefono.
Voce di uomo: « Pronto! »
« Al telefono c’è il signor Augusto Francesco Gatto di Lisbona, nato a Val Formoso il 27 Maggio 1924, sposato con la signora Rosa Pigneiro nata a Foz do Sousa il 17 Agosto 1935, madre di quattro figli, Paolo, Giovanna, Andrea e Giuseppe. »
Mi fermai, chiedendo la conferma.
Tutto esatto.
« Allora, non mi dica che conosco suo zio? »
Caterina non poté dire nulla al contrario, ammise di non aver mai conosciuto un vero mago.
Volle sapere il mio nome e da dove chiamavo.
Inventai un nome di un mago: « Il mio nome è Merlino, da dove chiamo, non dal Portogallo, conosco il passato, presente e il futuro; che però non posso rivelare in anticipo. »
« E allora come può dimostrare, che conosce il futuro? »
« Posso scriverlo su una carta che si potra leggere solo quando lo dirò; se volete, ve ne posso dare una prova. Domani riceverete una lettera in cui vi rivelerò quello che vi accadrà fra una settimana a partire da oggi. »
Riattaccai il telefono interrompendo la comunicazione.
La sera seguente, nella stessa trasmissione, Caterina mostrò la lettera ricevuta sulla cui busta oltre il suo indirizzo, in stampatello, c’era scritto: Non aprire se non ve lo dico.
Probabilmente Caterina aveva avvertito il centralino telefonico perché al momento che chiamai, venni messo in collecamento con Caterina.
« Buona sera Caterina, oggi siete più elegante di ieri sera; non dirò quello che non si vede. Vedo che avete ricevuto la mia lettera; non c’è l’affrancatura, così non potete sapere da dove è partita. Ve l’ho fatta recapitare da un mio piccione viaggiatore. La potete aprire. Come vedete, contiene un foglio bianco. Ora rimettetelo nella busta che consegnerete al Notaio Manuele che verrà tra poco. La riavrete fra sei giorni e quando l’aprirete, invece del foglio bianco, troverete la conferma di quello che ho scritto ieri e che vi accadrà la mattina del giorno 8.»
Caterina fece quello che le avevo chiesto, consegnando la lettera al notaio e quando fece per chiedermi qualcosa, vide che avevo riattaccato.
La trasmissione continuò con la presentazione di altri maghi, che fecero i vari trucchi di magia che però non destarono grandi interessi tra il pubblico presente.
Così pure le sere successive.
Giunse la sera del giorno 8.
Caterina si presentò e con lei, c’era il Notaio, che le consegnò la lettera ricevuta la settimana anteriore; la mostrò al pubblico presente e a quelli che seguivano la trasmissione dalle proprie case, che la busta era chiusa, come era stata consegnata.
Caterina l’aprì e dopo aver letto il foglio che vi conteneva, mostrò il foglio che una settimana prima era bianco, scritto con una penna d’oca e con una calligrafia ben chiara; confermando quello che c’era scritto.
Quella mattina Caterina aveva ricevuto la visita del suo ex marito che le chiedeva una riappacificazione anche a nome dei loro due figli Massimo e Riccardo.
Caterina si rivolse a me che non avevo chiamato, ma che la stavo seguendo alla televisione.
« Ora credo veramente a quello che avevi detto la settimana passata, solo un
mago può conoscere il futuro. Avrei piacere, come lo avrebbe il pubblico se
potesse venire alla trasmissione in corso. »
Risposi telefonando.
« Nessuno conosce il mio volto, molti mi ascoltano, ma essendo molto ricercato: sia dalla polizia, che dalla malavita; chi per stringermi la mano, chi per stringermi il collo. Così preferisco restare invisibile. Chi ha bisogno del mio aiuto, può mettere un annuncio sul quotidiano che si trova anche  all’estero nel seguente modo: « Ho bisogno del tuo aiuto » unendo il proprio numero telefonico. Io guardo con l’internet, tutti i giornali del mondo e rispondo a tutti, ad ognuno nella sua lingua ».
Vidi nello schermo che Caterina rimase un pó delusa; ma purtroppo, questa è la vita di un mago.
Anche se solo in sogno.